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Intervento di Franco Narducci in occasione del 1° maggio 2015, Festa del lavoro, al Circolo ACLI di Wohlen.

 

"Credo che il primo maggio di quest’anno sarà ricordato in particolare per le straordinarie e intense parole pronunciate oggi da Papa Francesco nel messaggio televisivo all’apertura di Expo Milano2015.

“Senza lavoro non si porta a casa il pane quotidiano guadagnato con il sudore della fronte, e le persone senza lavoro sono senza volto” ha ammonito Papa Francesco, richiamando più volte il valore della solidarietà, invitandoci a valorizzarla e a non sprecarla.

Anche qui al Circolo Acli, dove siamo convenuti come sempre per festeggiare il 1° maggio, dobbiamo riflettere sulle parole del Papa. Non ci può sfuggire, infatti, come stia cambiando il mondo del lavoro diventando un ambiente sempre più difficile da descrivere e decifrare.

La vita professionale delle persone non risponde più all’assioma “formazione - lavoro - pensione”,lo sappiamo da tempo, ma non s’intravvede con chiarezza il modello che dovrebbe darci un senso di prospettiva, seppure di medio termine. E anche il frasario delle statistiche a cui eravamo abituati - “disoccupato, occupato, in cerca di lavoro”- ha perso in attualità ed è stato sostituito da una terminologia speso indecifrabile: flussi in uscita dallo statuto di disoccupato, da disoccupato a inattivo, da disoccupato ai banchi di scuola, da inattivo a disoccupato e via dicendo.

Nuova terminologia e nuove categorizzazioni non modificano tuttavia il perimetro del problema attuale: nella nostra società il volto della dignità fa spesso rima con la dignità del lavoro e con tanti altri fattori. Nascere a Berna presenta i suoi vantaggi. Intanto c’è una disoccupazione al 3 percento per cui hai il 97 percento di possibilità di trovare un lavoro o di permettere a lui di trovarti. Non è la stessa cosa se nasci in un altro posto.

Ma anche in Svizzera l’aumento del precariato, con forme che spesso rasentano lo sfruttamento di vari decenni fa, è la periferia che più di tutte, chiede di far luce e d’invertire questo trend che in altri paesi ha provocato danni pesanti, soprattutto tra i giovani. In molte parti del mondo il problema non è quello della sussistenza, ma quello di “non poter portare il pane a casa” come ha detto Papa Giovanni.

Gli uomini e le donne che cercano lavoro oggi non hanno di fronte a se il volto del loro potenziale datore di lavoro o di un suo collaboratore, bensì le pagine di un sito internet e un indirizzo a cui affidare la speranza di trovare un lavoro. Ma come fai a raccontare ad un sito le tue capacità, la passione per la tua professione, le tue aspirazioni di giovane o di padre di famiglia?

Dobbiamo anche interrogarci, visto che tutti siamo profondamente immersi in questo mondo globale, invasivo e pervasivo come non è mai stato, sull’etica dei principi che stanno ridisegnando il mondo del lavoro e sul futuro delle giovani generazioni.

Si sente infatti impellente il dovere di fondare la nostra economia su un preciso orientamento etico e antropologico che ponga sulla persona, non soltanto sul mercato, la forza stessa dell’economia. Se non vogliamo che l’umanesimo costruito faticosamente attraverso i secoli si svuoti fino a divenire insignificante dobbiamo lanciare la sfida per superare la fase che da alcuni decenni ha posto la finanza al di sopra di tutto, diventando negazione del primato dell’uomo. La mancanza di lavoro uccide, poiché è un’economia dell’esclusione e della iniquità.

La Svizzera ha di fronte a se sfide piene di tensioni come l’attuazione dell’iniziativa «contro l’immigrazione di massa»,la crisi del franco svizzero e l’ampliarsi delle disparità tra i ceti popolari, tra chi ha smisuratamente sempre di più e chi ha sempre di meno. Il rischio di una crescente esclusione è già nei fatti e la domanda di una maggiore giustizia sociale è dunque particolarmente attuale; sottolinearlo in questa giornata storica per il mondo del lavoro è fondamentale oltre che doveroso.

Mi avvio a conclusione ricordando due aspetti che ci toccano da vicini come italiane e italiani, e soprattutto come aclisti. Il primo riguarda i nuovi emigrati dall’Italia, numerosi anche a Wohlen. Hanno sicuramente bisogno di aiuto per inserirsi in questa società senza pagare lo scotto pagato da chi li ha preceduti, soprattutto per i problemi scolastici e sociali che non sono di certo scomparsi. Il dramma della disoccupazione giovanile in Italia è sotto gli occhi di tutti e al nostro amato paese dovremmo dire - riprendendo le parole di un giovane italiano fuggito all’estero - “cara Italia, se vuoi cambiare devi investire sui giovani, ma non come dicono i politici in televisione. Ci devi investire veramente, devi metterci la passione e ricordarti che per ogni ragazzo che fallisce o emigra perdi un pezzo di anima”.

Concludendo per davvero vorrei ricordare, ed è questo il secondo aspetto, che il 2015 è anche il centenario della prima guerra mondiale. L’ho voluto ricordare perché l’emigrazione ha avuto molti risvolti con quella tragedia, basti ricordare il milione di cartoline di precetto inviate agli emigrati italiani in ogni parte del mondo.

La prima guerra mondiale fu una grande tragedia umana – con nove milioni di morti e un numero altissimo di feriti e prigionieri – e un periodo di frattura profonda nella società italiana di cui abbiamo portato per decenni gli strascichi. I caduti in guerra e le vittime civili, senza contare i mutilati, erano oltre il 3 per cento della popolazione dell’epoca.

Ma sia le grandi sofferenze, sia le tante storie che costellarono il grande massacro, ci aiutano a capire di quale forza morale, di quale amore furono capaci quegli uomini e quelle donne che con il loro sacrificio diedero all’Italia lo smalto della vittoria e il senso di appartenenza ad una nazione.

Ebbene, oggi che celebriamo la festa del lavoro e dei lavoratori non dimentichiamoci che alla fine della guerra l’80 percento dei caduti italiani erano contadini.

Viva le Acli, buon primo maggio".

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