Il prossimo 14 giugno saremo chiamati a esprimerci su un tema che va ben oltre una questione numerica. L’iniziativa per una “Svizzera da 10 milioni” viene presentata come una risposta alla crescita demografica. In realtà, essa interpella direttamente il modello di società che vogliamo costruire nei prossimi anni.
Poche settimane fa abbiamo partecipato per la prima volta con due delegati in rappresentanza delle ACLI Svizzera all’Assemblea dei delegati di Travail.Suisse. È stato un momento significativo, non solo sul piano istituzionale, ma anche per la chiarezza delle posizioni emerse.
I delegati hanno ribadito con decisione la netta opposizione all’iniziativa, sottolineando come essa rappresenti un rischio concreto per il mondo del lavoro, per la protezione dei salari e per la coesione sociale del nostro Paese. Non si tratta di una presa di posizione ideologica, ma della consapevolezza delle conseguenze che una simile proposta comporterebbe.
Dietro l’idea di fissare un tetto massimo alla popolazione si nasconde infatti un cambiamento radicale: limitare rigidamente la crescita demografica significa, nella pratica, intervenire sull’immigrazione e mettere in discussione gli accordi che regolano i rapporti tra la Svizzera e l’Europa.
Il sistema svizzero ha costruito negli anni un equilibrio tra apertura e tutela, grazie alla libera circolazione delle persone accompagnata da misure che garantiscono condizioni di lavoro eque. Rompere questo equilibrio significherebbe indebolire proprio quegli strumenti che difendono i lavoratori.
La Svizzera non è un’isola. È un Paese profondamente integrato nel contesto europeo e internazionale. Pensare di limitare drasticamente la mobilità senza conseguenze significa ignorare la realtà di un sistema economico interdipendente, nel quale prosperità e posti di lavoro sono strettamente legati alla capacità di restare aperti e connessi.
Ma c’è anche una dimensione meno evidente e forse ancora più decisiva: quella demografica. La nostra società sta invecchiando rapidamente. Nei prossimi anni, sempre più persone usciranno dal mercato del lavoro, mentre crescerà il bisogno di servizi, in particolare nel settore sanitario e assistenziale. In questo contesto, l’apporto dei lavoratori provenienti dall’estero non è un problema, ma parte della soluzione.
Infine, non possiamo dimenticare il piano dei diritti e della dignità delle persone. La storia svizzera ci ricorda cosa ha significato, in passato, gestire l’immigrazione attraverso sistemi rigidi e diseguali. Tornare anche solo parzialmente a quelle logiche significherebbe mettere in discussione conquiste fondamentali sul piano umano e sociale.
Come ACLI Svizzera, questa riflessione ci tocca in modo particolare. Siamo un’associazione che nasce dall’esperienza della mobilità, dall’incontro tra persone, dal lavoro come luogo di integrazione e di dignità. Sappiamo per esperienza che dietro ogni numero ci sono storie, famiglie, percorsi di vita.
Per questo motivo, il voto del 14 giugno non è semplicemente una scelta su un limite demografico. È una scelta tra due visioni di società: una che si chiude, che semplifica problemi complessi e che rischia di alimentare paure; e una che prova a governare le trasformazioni con responsabilità, equilibrio e senso di giustizia.
L’Assemblea dei delegati di Travail.Suisse ha indicato con chiarezza la direzione. Anche per noi, oggi, si tratta di fare una scelta consapevole: difendere un modello fondato sul dialogo sociale, sulla protezione dei più deboli e sulla capacità di tenere insieme crescita e coesione.
Per questo, scegliere di votare NO significa scegliere una Svizzera che non rinuncia alla dignità del lavoro e alla sua vocazione di società aperta e solidale.



